Il pesce di Lesina amato dagli antichi romani non solo ad Aprile

Barche sul Lago di Lesina

Gli scherzi che ogni anno facciamo e subiamo il primo giorno di questo mese, detti anche “Pesce d’aprile” deriverebbero da tradizioni romane, ma ci sono molti dubbi sulla sua origine. Sicuramente si sa che i romani amavano il pesce e anche le nostre coste.

Sotto l’Isolotto di San Lorenzo, adagiato sul Lago di Lesina, sono presenti testimonianze dello scalo marittimo romano che, grazie anche alla foce del fiume Fortore ed al suo porto fluviale, divenne così florido da portare alla costruzione di insediamenti agricoli e ville.

Le ville romane erano caratterizzate dalla presenza di due settori: abitativo e produttivo. Nell’antica Lesina, Alexina, veniva prodotta una prelibatezza per il mondo romano: il Garum.

Si trattava di una salsa ottenuta mischiando pezzi di pesci e le loro interiora. Questo composto veniva poi esposto al sole affinchè fermentasse. Ottenuta una poltiglia con liquido molto ridotto, si filtrava per avere il Garum.

Questa sostanza sicuramente non doveva avere un grande odore, ma le fonti ci dicono che fosse molto ricercato e costoso. Una villa del I-II secolo a.C., i cui resti sono visibili nei pressi dell’Isolotto San Clemente, la produceva, essendo in possesso di peschiere: strutture per l’itticoltura.

La villa aveva una superficie di circa settanta metri quadrati e mura in opus incertum (giunti irregolari e combacianti con una faccia piana a vista) e in opus reticu­latum (pietre e sassi mescolati a malta, con tessere a vista lavorate a base quadrangolare e forma troncopirarni­dale, inserite in opera in ordito obliquo a de­finire una superficie piana).

Lago di Lesina
Lago di Lesina

 

Queste informazioni le abbiamo grazie alle testimonianze ottocentesche, secondo le quali gli assetti murari della villa erano ancora visibili, e grazie alla campagna di scavi avvenuta nel biennio 1999/2000.

Le condizioni favorevoli alla vita ed all’industria, dovevano essere dettate anche dalle diverse condizioni morfologiche della zona. Prima che tzunami e teremoti modificassero l’area, l’aspetto doveva essere più simile ad un golfo.

Un ricco centro marittimo gestito dalla potente città di Teanum Appulum, la vicina San Paolo di Civitate.

Sicuramente anche a Lesina i romani si divertivano a prendersi in giro in questo giorno.

Se lo fate anche voi, scrivetecelo nei commenti.

 
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Quando la Madonna prese vita a Foggia per evitare una pietra

La cattedrale di Foggia è il luogo che ha permesso la trasformazione di un centro di passaggio, visitato da viandanti e sostanzialmente paludoso, in civitas.

Prima, l’agglomerato urbano esistente, era assimilabile prima al casale e poi castrum.

Stimolo allo sviluppo che avrebbe permesso la nascita di una vera città, è stato il ritrovamento, intorno all’anno Mille, di un sacro quadro: “La Madonna dei Sette Veli” ad opera di tre pastori e dei loro buoi miracolosamente inginocchiatisi.

A parte la nota leggenda che ha portato alla costruzione della chiesa madre nel 1172 per volere del re Guglielmo il Buono, qui si vuole parlare di un episodio, anch’esso leggendario, che però potrebbe avere riscontri nella realtà e ci restituisce informazioni sulla fama che i miracoli della Vergine avrebbe diffuso nell’Europa medievale.

Fama che raggiunse, durante la seconda metà del Duecento, la penisola iberica.

Nel manoscritto escurialense delle Cantigas castigliane dedicate da Alfonso il Savio a Santa Maria, la vignetta della Cantiga 136, illustra la leggenda: una donna, adirata per aver perso al gioco dei dadi, scaglia una pietra verso la lunetta settentrionale dell’ex Collegiata di Foggia.

Nella lunetta a ferro di cavallo che inquadra la Vergine col Bambino, accompagnata da due angeli; la Vergine, per proteggere Gesù, alza le braccia, impedendo che il figlio si ferisca, ma ferendosi, però, al gomito.

Il segno è tutt’ora presente e ci informa degli scambi avvenuti con la penisola iberica, traslati, però nella leggenda.

Probabilmente, vettore delle informazioni, furono i cavalieri di Calatrava. Un ordine monastico cavalleresco fondato dai reggenti di Castiglia nel 1158 e ai quali fu data come sede il monastero di Sant’Angelo, ad Orsara, non lontano da Foggia.

Eventi miracolosi si hanno anche nei secoli successivi, come quando la Vergine apparve durante il terremoto del 1731 e, ancora, nel 1745 quando apparve a San Alfonso Maria de’ Liguori.

La leggenda, quindi, a volte può essere un riflesso di fatti storici veramente avvenuti; bisogna, però sempre scindere la storia vera da quella popolare attraverso lo studio delle fonti.

Lucera, dove il museo è nato per senso civico

Situato nel centro storico, alle spalle del bellissimo duomo, il museo di archeologia urbana Giuseppe Fiorelli di Lucera, raccoglie reperti che testimoniano la ricchezza del territorio lucerino.

Il museo è ospitato nel settecentesco palazzo nobiliare De Nicastri- Cavalli. Questo venne adibito a museo solo dal 1934. Precedentemente (1906) le opere erano esposte nei locali a pianterreno del palazzo del comune (Palazzo Mozzagrugno). La sede venne spostata quando, all’aumentare della collezione grazie a donazioni e al senso civico dei privati, si aggiunse il legato testamentario del sindaco Giuseppe Cavalli che donava alla cittadinanza il palazzo De Nicastri.

A seguito del nuovo allestimento, il museo venne intitolato all’archeologo Giuseppe Fiorelli, di origini lucerine e promotore degli scavi archeologici di Pompei nonché inventore dei calchi a gesso utilizzati per ricalcare le forme delle vittime del Vesuvio.

Il museo

Nella splendida dimora nobiliare, si possono osservare reperti che abbracciano un ampio spettro temporale. Se al piano zero possiamo vedere la ceramica dauna, e le influenze che questa ha subito grazie ai contatti con la cultura greca, al primo piano ci troviamo, già dalle prime sale, di fronte ad uno dei periodi più floridi per la città di Lucera: il periodo romano.

Spicca, per quantità e qualità di materiali, la sala con le terrecotte votive ritrovate sull’altura del Belvedere. Tra le opere di maggior rilievo estetico sicuramente da annoverare il busto di Proserpina e la testa di Atena (o forse Venere Italica).

Monumentale, poi, (m 10,40×4,75) il mosaico delle terme del II secolo d.C. rinvenuto in piazza Nocelli nel 1899, al quale si alterna la sala con il “salotto Cavalli“, arredato in stile neoclassico con riflessi rococò, decorato con tappezzeria di seta inglese e ceramiche di Capodimonte.

Notevole anche il settore medievale, dove sono custoditi sia reperti identificativi del mondo federiciano, sia della colonia saracena voluta da Federico II nel 1223. Abili arcieri ed artigiani, i saraceni produssero ceramica sia fine che da tavola e ricostituirono il tessuto sociale della Sicilia che furono costretti ad abbandonare.

In continuità con queste sale troviamo quelle che ospitano il periodo angioino e, quindi, il ritorno della cristianità, la cacciata dei saraceni e la ricostruzione (sulla moschea) della cattedrale.

Da non sottovalutare, poi, la collezione numismatica (costituita da un primo fondo con monete e calchi della città, si arricchì nel 1905 grazie alla donazione della famiglia Prignano) e la cucina d’epoca, usata fino allo scorso secolo.

Non solo un museo, ma un segno della volontà civica di salvaguardare il bene pubblico.

Il reimpiego: lo scarto è un valore da riscoprire

Quante volte ci troviamo di fronte a capitelli, colonne o fregi antichi? Rispondere a questa domanda è difficile a causa del fenomeno del reimpiego.

Il reimpiego altro non è che il riuso di materiali, strutturali o decorativi, già esistenti e riadattati per una nuova funzione o con l’intento di dare lustro attraverso una patina di antichità o per la semplice necessità di mancanza di materiali.

Già durante l’impero romano (l’arco di Costantino nel foro romano è uno degli esempi più noti) la pratica era comune, tanto da portare all’ideazione di leggi imperiali che proibirono, ufficialmente nel 356 d. C. , l’asportazione di materiale dai templi chiusi.

Nell’alto medioevo il fenomeno divenne diffusissimo e senza controllo e se a Roma vale il detto “Ciò che non fecero i Barbari fecero i Barberini”, alludendo alle spoliazioni attuate dalla ricca famiglia romana per adornare dimore e chiese, in Puglia e nella nostra Capitananta, questa abitudine non è stata diversa.

Si vuole prendere ad esempio la città di Lucera ricca e fiorentissima dall’età dauna fino al XX secolo, in giro per la città si possono osservare iscrizioni latine di carattere romano, decorazioni scultoree o porzioni di breccia corallina provenienti dal castello, variamente incastonate in edifici moderni.

Qui, al contrario di quanto avveniva a Pisa dove le antichità venivano esposte per creare un ideale raccordo con lo splendore di Roma, il riuso è dettato da necessità costruttive e il materiale veniva riusato per la sua abbondanza. Oltre alla citata breccia, infatti, bisogna ricordare che Luceria abbondava di sepolture di ricchi personaggi arricchitisi durante la fase imperiale.

Di seguito alcune delle opere che fanno capolino dai palazzi moderni ed un esempio conservato nel  Museo di Archeologia Urbana di Lucera G. Fiorelli.

 

Il tesoro nascosto nella villa comunale di Foggia

A lanciare un S.O.S sono stati i volontari della “Trash Challenge Foggia” che, attraverso un dettagliato reportage, hanno riportato all’attenzione della cittadinanza le condizioni disastrose in cui riversa la Villa Comunale di Foggia, evidenziando lo stato di degrado che ormai da anni deturpa uno dei luoghi più amati della città del grano.

Dopo la recente nomina dei nuovi Ispettori che avranno il compito di tutelare e promuovere la cultura ambientale della nostra comunità, sorge spontaneo fare il punto della situazione circa le condizioni degli spazi verdi comuni, trasformatisi in un crescendo di inciviltà e incuria. Esempio lampante del manifestarsi di questo fenomeno è la Villa Comunale di Foggia, trasformatasi gradualmente da luogo di svago e divertimento per la cittadinanza ad impenetrabile fortino altamente pericoloso per l’incolumità pubblica.

credits: Trash Challenge Foggia
Credits: Trash Challenge Foggia

La Villa Comunale, facilmente accessibile per la sua posizione strategica (in prossimità della stazione ferroviaria e delle arterie principali della città) , sembra passata paradossalmente inosservata lungo tutto questo tempo, alla stregua dei numerosi beni comuni abbandonati ad un inevitabile decadimento che ne ha compromesso l’assetto originario. Gli stessi luoghi che si fanno portatori di un’identità territoriale e di un patrimonio storico-artistico di rilevante importanza si vedono dunque “sopravvivere” a fatica sotto lo sguardo disinteressato dei suoi stessi cittadini.

All’interno della stessa Villa, ad esempio, è presente una porzione del villaggio neolitico scoperto casualmente nel 1977 durante l’esecuzione di lavori pubblici. Indagato pochissimo e superficialmente, riesaminato durante gli interventi avvenuti nel 1978 e nel 1993, lo scavo è stato analizzato sistematicamente soltanto nel 1998.

Sotto erbacce e rifiuti di ogni genere si cela una necropoli (con almeno otto deposizioni funebri di adulti e bambini), un fossato a “C” simile a quelli trovati nel sito archeologico di Passo di Corvo, accompagnato da capanne con aree di focolare e da un grande silos a campana usato anticamente per la conservazione dei cereali.

Un sito la cui importanza andrebbe notevolmente rivalutata, anche data la presenza, nell’area dell’ex ippodromo, di tracce simili che hanno permesso agli studiosi di constatare come l’estensione dell’abitato si prolungasse ben oltre i limiti della Villa comunale o dell’ippodromo per spingersi sino all’attuale “Via Fortore”. Nonostante l’antichità e il prestigio, quest’area verde vive in uno stato assimilabile a quello di una discarica a cielo aperto.

Il nostro augurio è che presto possa tornare ad una condizione idonea ai cinque millenni di storia che quest’ultima racchiude e simboleggia.

La sottile linea rossonera: la street art

La street art, o arte di strada, nasce negli anni ’70 nei ghetti americani per esplodere negli anni ’80 (come dimostra il fenomeno di Keith Haring).

Secondo alcuni nasce come mezzo di protesta, voce inascoltata espressa su pubbliche mura, secondo altri come mezzo per palesare il dominio della propria crew o gang, secondo altri, ancora, per pura vanità dei singoli che scrivevano il proprio nome su tutte le superfici che incontravano.

Oggi si parla molto di street art e della sottile linea che separa vandalismo e arte. La street art, da tempo adottata in europa per riqualificare le periferie, viene utilizzata in città come Roma, Napoli e Torino per rigenerare spazi, per ridare voce agli artisti ed ai quartieri che li ospitano.

Esempi lampanti di questa pratica sono, a Foggia, le opere realizzate dagli artisti foggiani Kaktus e Maria, che hanno colorato le superfici di diversi istituti superiori come il liceo scientifico “Marconi”, il liceo classico “Lanza” e il liceo artistico “Perugini”.

Questa buona pratica, che ha portato a Roma ad una rivalorizzazione degli stabili ed un conseguente aumento del valore immobiliare, è ancora poco conosciuta; gli artisti, come dimostrano i muri, sentono la necessità di esprimersi. L’ideale sarebbe una collaborazione tra amministrazione e street artist, in modo da trasformare il vandalismo in commissione, trasformare il punitore in mecenate e il vandalo in vate.

BLUB, “L’ARTE SA NUOTARE ANCHE A FOGGIA”

Anche a Foggia spopolano le originali creazioni dell’artista fiorentino “Blub”, attivo dal 2013, che rielabora in tema marino icone rinascimentali o pop. Dopo essere passato per Cadaqués, Roma e Firenze, è toccato proprio alla nostra città. Una piacevole invasione che, per ora, si è manifestata in Piazza Francesco de Sanctis, via Arpi e Piazza Baldassarre.

Tra i soggetti più frequenti si ricordano Leonardo Da Vinci, Dante Alighieri ma anche Salvador Dalì, Gabriel Batistuta e il grande cantautore britannico David Bowie. I manifesti, dipinti ed attaccati rigorosamente con colla di farina, ritraggono i soggetti sempre immersi in una superficie acquosa e dotati di una maschera. Le superfici predilette sono gli sportelli dei contatori dell’acqua o del gas, che solitamente presentano colori neutri.

Credits: Blub-l’arte sa nuotare

Per Blub, anche se siamo in difficoltà o , come si suol dire, con l’acqua alla gola “l’operato umano sa nuotare, se la cava come ha sempre fatto, dalle caverne sino ad ora.” Un concetto di speranza e tenacia espresso attraverso il suo elemento preferito: l’acqua.

LO STENCIL

Spunto di riflessione sono i vari stencil apparsi in centro città. Lo stencil è una delle forme più rapide di arte di strada. L’opera si crea con delle mascherine ritagliate, apposte alla superficie da decorare e spruzzate con spray.

Questa tecnica, adottata da Banksy, che dichiarò di utilizzarla in quanto non capace di disegnare come gli altri writer, è impiegata da “Zip” (che tratta temi economico sociali) e da “P.J.” che hanno decorato muri del centro città adottando i colori rosso e nero. Quest’ultimo s’ispira naturalmente ad una delle opere più famose dell’artista inglese.

Se il detto recita “Muri puliti, popoli muti”, la presenza di scritte o disegni indica la presenza di creativi che non vedono l’ora di esprimersi, trasformando un reato in bellezza.

Crediti foto copertina: faccecaso.com

Visitare Berlino in 3 giorni: guida per negati nell’organizzazione

Sono Anna Rita, la guida TraWellit che si occupa del giovedì #CheatDay.

Ho pensato di terminare i miei #Cheatdays berlinesi dandovi consigli in vista di un vostro prossimo viaggio, in modo che possiate trascorrerlo al meglio.

Berlino mi è sempre stata consigliatissima, ho avuto solo 4 giorni a disposizione per cui ho deciso di ridurre al minimo indispensabile gli ingressi ai monumenti. Per il resto ho visitato i siti di maggior importanza che si trovano all’aperto.

In questo articolo ho preferito concentrarmi sui primi dato che per orari discordanti/raggiungibilità/imprevisti vari, possono essere difficili da visitare.

Questo specie per una come me: non informandomi mai abbastanza e perché la dea bendata è sempre girata dall’altra parte quando si tratta delle mie avventure, una frase tipica dei miei racconti di viaggio è “ci volevo andare, ma l’ho trovato chiuso”.

I “prescelti” da visitare in questo viaggio sono:

  • -DDR Museum= entrata
  • -Pergamon Museum= area dedicata all’Altare chiusa per ristrutturazione
  • -Madame Tussaud’s =entrata
  • -Barghain club= una delle regole del club è mostrare un età maggiore ai 25 anni, il che non è stato possibile.
  • Cupola del Parlamento= entrata (qui il post TraWellit dedicato https://www.instagram.com/p/B1gUg7VAQp3/)
  • Torre della televisione= entrata
“Segua quella macchina!”

DDR Museum

Entrare nel DDR è stato semplice, arrivarci meno. Il pomeriggio in cui ho deciso di andarci, ho scoperto (aspettando invano alla fermata per svariati minuti e chiedendo),

che era orario di sciopero per tutti i mezzi di superficie. Io mi trovavo dall’altra parte della città, gambe in spalla e sono arrivata ad un’ora prima della chiusura, guardando l’ingresso più o meno come un disperso nel deserto guarda un’oasi.

La fila era molto scorrevole, per cui in meno di 10 minuti, sono riuscita a fare il biglietto, lasciare la borsa al guardaroba ed entrare.

Per quanto non sia il museo più celebre della città, è davvero interessante e particolare.

Il DDR permette di analizzare la vita nella Germania dell’Est ospitando foto, filmati e oggetti appartenenti a quell’epoca con cui è possibile interagire (tra questi una macchina per scrivere Erika, mobili come il Karat Schrankwand e una radio Stern).

Ricostruzione di una casa dell’epoca

Ci sono approfondimenti sul sistema scolastico, le vacanze naturaliste e una ricostruzione degli interni di una Plattenbau, grande edificio prefabbricato tipico della Germania est.

Nella cucina c’è una piccola stampante che ti permette di scegliere e stampare una ricetta della Germania sovietica da provare a casa.

Madame Tussauds

Entrare al Madame Tussauds è stato fin troppo facile: non hanno un limite di entrate per orario e non è nemmeno così essenziale da visitare  per buona parte dei turisti, il che rende difficile trovare fila.

Riconoscete questa scena?

In ogni caso, per me visitarlo era importantissimo, per cui ho deciso di essere previdente, il giorno prima di quando volevo andarci, sono entrata in questa sezione del sito del museo (https://www.madametussauds.com/berlin/en/tickets/)  (è in tedesco e in inglese ma è abbastanza intuitivo) e ho scelto il giorno risparmiando pure il 30% sul prezzo iniziale.

Nel caso siate poco tecnologici e abbiate la Berlin Card, potete notare che sull’altra metà del biglietto, c’è uno sconto del 20% al Madame Tussauds che potete utilizzare per l’acquisto dei biglietti all’ingresso.

Per chi non lo conoscesse, il Madame Tussauds è un museo dedicato alle statue di cera. E’ più gettonato rispetto ad altri per via della sua capillarità (quasi tutte le capitali europee e nne hanno uno) e perché è sempre aggiornato con statue di celebrità di Hollywood, politici e personaggi dello spettacolo locale.

Al museo di Berlino potete trovare star come: Taylor Swift, Angelina Jolie, George Clooney e Johnny Depp; come anche virtuosi: Bach, Einstein, Beethoven, Sigmund Freud. O il papa Giovanni Paolo II.

C’è anche un’accurata sezione su Star Wars.

La cosa più divertente è che spesso vengono forniti indumenti o accessori per poter interagire con le statue o semplicemente essere parte della scena.

Cupola del Parlamento (Reichstag Dome)

Le terrazze della cupola

La Reichstag Dome è considerata il posto dove si gode la vista migliore (e gratuita) sulla città. Dev’essere stata considerata tale da moltissime persone, perché trovare due posti è stato un processo piuttosto travagliato.

Mi era stato consigliato di prenotare giorni prima su questo portale: (https://www.bundestag.de/en/visittheBundestag/dome/registration-245686), ma purtroppo non c’erano posti disponibili per almeno le due settimane successive.

Non riuscivo a rassegnarmi a non visitarlo, così sono andata davanti al parlamento ad informarmi sulle prenotazioni non telematiche. Mi hanno messa in una fila attorno ad una piccola struttura in plexiglass; nel parco che si trova davanti il Reichstag. In una schermata potevo vedere i posti rimanenti da prenotare in base agli orari e ai giorni.

Interno della cupola

Non ho capito come mai non ci fosse disponibilità sul sito, perché per lo stesso giorno e orario che cercavo c’erano più di 100 posti liberi. Due ore di fila dopo, sono riuscita a prenotare una visita per il giorno successivo alle 22.

Mi sono presentata mezz’ora prima al metal-detector e dopo 10 minuti di attesa, ci hanno fatto salire con l’ascensore in cima, qui abbiamo trovato un’addetta parlante italiano che ci ha dato le audioguide e ci ha spiegato il funzionamento. Per il racconto della visita potete leggere questo post: https://www.instagram.com/p/B1gUg7VAQp3/ .

Torre della televisione – Fernsehturm Berlin

La torre da Alexanderplatz

La torre della televisione è chiamata spiritosamente dai tedeschi “l’asparago” proprio perché s’innalza dritta come un fuso per poi terminare con una parte bombata. E’ la torre più alta d’Europa (La Fernsehturm è di 368 metri, la Tour Eiffel è di 321 metri), la si vede in quasi tutti i punti della città e fa ovviamente parte dello skyline cittadino.

Per salire sulla torre della televisione è bastato presentarsi lì per le 9 di mattina, non abbiamo trovato fila e abbiamo comprato i biglietti alla cassa approfittando dello sconto della Berlin Card.

L’ascensore porta ad alta velocità al primo piano, dove si può ammirare la città dall’alto e riconoscere i monumenti grazie a dei pannelli bilingue esplicativi messi appena sotto le vetrate. Se si fa attenzione la si può sentire girare, ma è un movimento quasi impeccertibile.

Salendo una piccola rampa di scale si accede al secondo piano dove si trova il ristorante, io non ne avevo interesse ma so che il costo di una cena è di circa 30 euro, per cui nonostante la posizione è un prezzo piuttosto accessibile.

Vista della cattedrale

Nel caso siate in cerca di qualche idea su cos’altro visitare, vi lascio uno slideshow sul resto del mio viaggio, tra cui l’East Side Gallery (di cui ho parlato qui: https://www.instagram.com/p/B1wcft_DkGJ/) e al Markthalle (https://www.instagram.com/p/B0-2LRTAc1o/) . Nel caso vogliate consigli sugli altri posti che ho visitato, contattatemi pure in pagina 🙂

Articolo scritto da Anna Rita Cocumazzi

Il “Duomo Tonti” di Cerignola

Dall’immagine in evidenza sembrerebbe di trovarsi di fronte a un’opera di grande fascino, un esempio architettonico alternativo nel vasto patrimonio artistico di Capitanata. La prossima visita che abbiamo scelto di farvi vivere tramite il nostro blog ha come protagonista una cittadina molto vicina al capoluogo dauno: Cerignola.

Il Duomo impone la propria presenza nel centro città, stregando l’attenzione di qualsiasi passante, residente o turista che sia, spinto a camminare con il naso all’insù lungo l’omonima piazza. Dedicata a San Pietro apostolo e intitolata anche “Duomo Tonti” dal nome del benefattore Paolo Tonti che donò i suoi averi per l’edificazione della struttura, venne costruita a cavallo tra l‘800 e il ‘900 (alcune fonti collocano l’inizio dei lavori il 29 Giugno 1873) in tufo e pietra di Trani, con tracce di pietre provenienti anche da Bisceglie e Carovigno. Numerosi furono i progetti scartati e accantonati prima della svolta definitiva e dell’avvio dei lavori per la costruzione della tanto desiderata Chiesa che potesse accogliere comodamente la popolazione cerignolana. Oggi, non tutti sanno che il Duomo di Cerignola rappresenta uno dei più grandi edifici sacri del meridione della nostra Penisola.

Piantina tridimensionale
Credits: 3dwarehouse.sketchup.com

L’impianto architettonico, a croce latina, presenta dal suo esterno una facciata con dei rosoni in  stile neogotico e al suo interno tre navate con alcuni retaggi neo-romanici. L’ingresso principale è ornato dalla pietra calcarea di Trani ed è sormontato da un grande rosone, mentre le porte laterali sono costituite da numerosi portali con cuspidi. La campata centrale, quella più alta, porta verso le navate laterali che sono illuminate da otto finestre bifore, quattro per lato. Un’interessante curiosità sulla storia di questo gioiello che rispecchia i criteri dello stile gotico è l’esposizione, per 6 mesi l’anno, della tavola della Madonna di Ripalta, protettrice della città, risalente al XIII secolo. La storia narra che questa reliquia fu ritrovata in un antro su di un’alta ripa a picco sul fiume Ofanto.

Questa è soltanto una piccola parte della storia del “Duomo Tonti“, la cui affascinante semplicità ne fa tutt’oggi una delle principali attrazioni della provincia di Foggia.

Fonti:https://www.puglia.com

Per prenotare una visita guidata:

-inviare un messaggio alla pagina Facebook ufficiale https://m.facebook.com/Trawellit/?locale2=it_IT 📲

-inviare una e-mail all’indirizzo di posta elettronica a info.trawellit@gmail.com 📩

ArcheoEchi: a Pietramontecorvino la storia incontra la tecnologia

Questa settimana ci spostiamo nell’incantevole cornice dei Monti Dauni, più precisamente nel borgo medievale di Pietramontecorvino, il cui nome è strettamente legato all’antica cittadina di Monte Corvino, fondata intorno all’anno 1000. Secondo la tradizione l’attuale centro venne costruito soltanto dopo la parziale distruzione di Monte Corvino, avvenuta nel secolo XII ad opera di Ruggiero il Normanno. Numerose furono, dalla sua nascita in poi, le dominazioni che si susseguirono e che contribuirono a plasmare l’identità di una cittadina che oggi viene riconosciuta come “uno dei borghi più belli d’Italia“.

Vista dall’alto di Pietramontecorvino

È questo il luogo d’ispirazione del progetto vincitore della scorsa edizione “PIN giovani Puglia” che ci piacerebbe farvi conoscere più da vicino. ArcheoEchi è un brillante idea di tre giovani ragazzi (Gianluca Grazioli, Marco Maruotti e Giulio D’amelio) che nasce con l’obiettivo di “auralizzare” la cattedrale di Montecorvino cercando di ricostruire l’acustica originale fondata su criteri scientifici di aderenza storica. Cercare, quindi, di “rintracciare” dai ruderi dell’antica cattedrale i suoni di una volta, riproducendoli con il sostegno della tecnologia. “Attraverso metodi di ascolto tridimensionale si potranno riascoltare i passi, i riti e i canti che un tempo accompagnavano e scandivano la vita della comunità di Montecorvino”, spiegano i membri del team. Oggi questo progetto si è trasformato in una vera e propria applicazione di realtà virtuale con ascolto tridimensionale. Un metodo alternativo e originale, capace di regalare ai visitatori l’opportunità di fare un salto nel passato ripercorrendo, grazie a questa avvolgente esperienza sensitiva, la storia di un luogo intriso di spiritualità e folklore.

Fonti: pingiovani.regione.puglia.it/ http://www.visitmontidauni.it/localita/pietramontecorvino/

Il Castello “Maresca” di Serracapriola

Il nostro viaggio prosegue conducendoci virtualmente dal palazzo nobiliare di Lucera alla scoperta di una nuova destinazione, sede di una imponente fortezza. Avete indovinato?Stiamo parlando di un borgo facente parte del Parco Nazionale del Gargano e collocato in prossimità del confine regionale: Serracapriola.

Il suo castello rappresenta la costruzione più antica e le prime attestazioni su quest’ultima risalgono ad un documento del X secolo, quando il longobardo Tesselgardo, conte di Larino, donò al monastero di Tremiti la città di Gaudia o Civita a Mare.

Vista del castello

Prima del signoreggiante maniero che oggi siamo abituati a vedere esisteva solamente una torre, parte delle fortificazioni presenti sul Fortore (come le numerose torri difensive che sorgevano nel nostro territorio per contrastare le possibili invasioni). Il castello di Serracapriola fu ceduto, nel 1453, al Gran Siniscalco Innico Guevara, prima di entrare in possesso di famiglie nobiliari. Dai Di Capua ai Gonzaga, successivamente ai D’Avalos e infine ai Maresca, che acquistarono il feudo di Chieuti e Serracapriola nel 1742 tramite la figura del duca Nicola Maresca. Nel corso dei secoli furono apportate numerose modifiche alla struttura originaria, dovute soprattutto alle riparazioni effettuate a seguito del catastrofico terremoto del 1627 che interessò tutto il nord della Capitanata. Non dimentichiamo che furono tempi duri per il nostro territorio, reduce da violente incursioni (soprattutto da parte dei turchi) e logoranti crisi economiche che colpirono il Regno di Napoli. Fu proprio così che da struttura fortificata e difensiva, il castello di Serracapriola si trasformò in un’affascinante corte, grazie ai tanti e raffinati saloni ospitanti feste e balli. La famiglia Maresca, originaria di Sorrento, è ancora oggi proprietaria del Castello ed ha affrontato in questi anni una notevole opera di ristrutturazione per fare in modo che il Castello potesse tornare al suo originario splendore.

Stemma della famiglia “Maresca”

Affresco

Cortile interno del Castello

Fonti: foggiareporter.it

castellomaresca.it